338 6177296 Rossana info@lunasole.org

Quando la semplicità lascia un segno indelebile

 

Negli oltre quarant’anni di pratica dello Yoga, ho avuto la fortuna di incontrare un discreto numero di personaggi, definibili maestri di Yoga, e un numero elevato di praticanti.

Ho letto libri sia tecnici, sia narrativi delle esperienze di persone speciali. Di queste persone speciali amo ricordare: Ramana Maharishi, il saggio che mi ha colpito più di tutti, e Paramahansa Yogananda, uno degli yogi più conosciuti e amati al mondo.

Per esperienza, ritengo che il miglior maestro non sia colui che enfatizza la propria grandezza a beneficio dell’ego suo e dei propri discepoli, bensì colui che, da provvisoria onda, torna naturalmente a fondersi nell’oceano della vita.

Tre figure, a me molto care, hanno saputo mostrarmi la bellezza di queste “profondità oceaniche”: Sri Ramachandra, André Van Lysebeth e Gabriella Arrigoni (in Ferrari).

Sri Ramachandra

Non ho avuto la fortuna di incontrare Ramachandra, perché all’epoca nella quale soggiornava nel centro di Gabriella, io ancora praticavo lo Yoga lontano da Parma. Inoltre, all’epoca, non avevo ancora incontrato Gabriella e fu poi lei a parlarmi di quest’uomo così grande nella sua modestia.

Ramachandra, dopo essere stato per molti anni segretario e braccio destro di Gandhi, giunse in Europa già avanti con l’età.
Ospitato senza soluzione di continuità, da un’associazione culturale all’altra, venne accolto da un pubblico europeo affamato di conoscenze spirituali; poteva raccontare della sua vita accanto a Gandhi, o fare interessanti correlazioni tra le antiche scritture indù e le principali religioni.
La fine della sua lunga permanenza in Europa, fu preannunciata da una telefonata fatta a Gabriella, con la quale la informava che sentiva giunto per lui il tempo di tornare in India. Poi, nessuno seppe più nulla di lui. Probabilmente tornò nella sua terra natia per riconsegnarvi, senza alcun clamore, le proprie spoglie mortali.
Ma veniamo ad alcuni racconti che di lui mi fece Gabriella.
Viaggiava costantemente con tutto quanto possedeva: gli abiti che indossava, e il bagaglio a mano contenuto in due semplici borsine di plastica. Non possedeva altro.
Dove andava ospite non accettava denaro; uniche eccezioni: piccoli regalini di modico valore da qualsiasi cuore provenissero. Rispettando una sua regola di vita basata sul non possesso, quegli stessi regalini appena ricevuti, si sarebbero trasformati in regali da lui stesso donati alle successive persone che lo avrebbero ospitato o incontrato.
A occhio attento, i regali da lui fatti denotavano sempre una correlazione di significati tra l’oggetto donato e lo psicologico del ricevente.
Non essendo un praticante di Hatha Yoga, presenziava comunque alle lezioni tenute da Gabriella; si sedeva silenzioso in un angolo durante lo svolgimento della pratica posturale e la onorava a modo suo meditando a occhi chiusi.

Un giorno, fece la cosa che mi colpì più di tutte.
Dopo un periodo di tempo nel quale era stato ospite nel Centro di Gabriella, giunse il giorno della sua partenza prevista per la sera stessa. Doveva infatti recarsi in un altro Centro a Mantova, a circa un’ora e mezza di viaggio, dove anche là sarebbe stato ospite per qualche tempo.
Tra gli allievi di Gabriella, molti avevano espresso il desiderio di avere un colloquio personale con Ramachandra, da organizzare almeno prima della sua partenza. Allo scopo, durante l’ultimo giorno di permanenza, ci fu una lunga sequenza di colloqui resi possibili grazie all’infinita pazienza di Ramachandra e alle instancabili traduzioni, italiano inglese, donate da Gabriella.
Le cose andarono per le lunghe, molto oltre il tempo previsto, sino a quando un paio di giovani, arrivati da Mantova in auto, lo prelevarono per accompagnarlo alla nuova destinazione. Non ci fu il tempo per molti convenevoli; la partenza non poteva essere ritardata, dato che bisognava giungere a Mantova in orario per la cena di benvenuto.
Terminata la cena in quel di Mantova, Ramachandra chiese il permesso di telefonare a Gabriella per ringraziarla e salutarla a dovere, dato che, per l’urgenza, non aveva potuto farlo così come avrebbe voluto.
Nel corso della telefonata, a Gabriella sfuggì un moto di rimpianto per non aver potuto avere anche lei un proprio colloquio personale. Talmente tante erano state le necessità degli allievi che si erano prenotati, che non era restato alcuno spazio per colei che tanto si era dedicata agli altri con le traduzioni. Ma purtroppo era andata così. Sentendo ciò, Ramachandra tenne in sospeso la conversazione telefonica con Gabriella e si mise a parlare con le persone che aveva accanto. Gabriella, colma di stupore, intuì che Ramachandra si stava organizzando per essere riaccompagnato immediatamente a Parma. Inutilmente lo pregò che non doveva assolutamente fare un gesto simile, in quanto ormai era prioritario l’impegno con il gruppo di Mantova.
Tutto inutile, Ramachanda rispose: “Loro capiranno”.
Diede così un insegnamento umano che, ai giorni d’oggi, sarebbe più unico che raro e che la stragrande maggioranza delle persone non capirebbe affatto.
La sera stessa dopo cena, incurante della propria fatica fisica e del disagio per l’autista, Ramachandra si fece riaccompagnare da Mantova a Parma. Ci fu il colloquio con Gabriella e la mattina successiva, grazie a nuovi volontari, fu riaccompagnato a Mantova.
Ramachandra viveva come un cuore che, non trattenendo per sé alcuna goccia del sangue ricevuto, ma pulsando con serena naturalezza, consentiva alla vita di scorrere a beneficio di ogni cellula umana.

André Van Lysebeth

Parlare di André Van Lysebeth, è parlare di uno dei pionieri dello Yoga in Europa. La sua scuola ha preparato o ispirato molti degli insegnanti di Yoga attuali.
Autore di sei libri, i primi cinque tradotti e pubblicati in molte lingue.

 

Durante la sua vita, consacrata alla diffusione dello Yoga, ha pubblicato sino ai suoi ultimi giorni una rivista, chiamata appunto “Yoga”, senza alcun contributo pubblicitario, scrivendone lui stesso gli articoli. Se raccogliessimo tutte le sue riviste in un unico volume otterremmo un libro di oltre 10.000 pagine!
Tuttavia, di André Van Lysebeth, personaggio molto noto negli ambienti dello Yoga, non mi voglio soffermare sulle informazioni che tutti possono trovare facilmente, bensì su alcune piccole cose notevoli che ha saputo trasmettere: come le indicazioni per scegliere il Maestro, il come dovremmo rapportarci allo Yoga e il coltivare la capacità di osservare con spirito libero.
Queste tre peculiarità, a ben vedere, sono strettamente interconnesse tra di loro, e dicono molto di chi era André Van Lysebeth.

Come scegliere il Maestro
Di tanto in tanto ricordava che uno dei migliori maestri che possiamo incontrare lungo il cammino spirituale, è quello del “buon senso”.
2500 anni prima, il Buddha, dava più o meno lo stesso suggerimento quando parlava della “via di mezzo”.
Il buon senso dovrebbe essere la lente d’ingrandimento per mezzo della quale, tenendo conto di chi siamo veramente, mettiamo a fuoco e valutiamo discipline, tecniche e insegnanti (o maestri) di cui avvalerci.
Consigliare il “buon senso” significa responsabilizzare e rendere libero l’adepto. Questa è la base di partenza per ogni vero risultato spirituale.

Siamo tutti principianti
Van Lysebeth aveva in sé la serena potenza dell’umiltà.
Nonostante la sua preparazione e le moltissime ore di pratica yogica (nello Yoga autentico, l’unità di misura della quantità di tempo dedicato alla pratica non sono gli anni, bensì le ore!!) che facevano sì che per molti lui fosse una guida eccellente, ammoniva sempre che, nei confronti dei grandi Yogi del passato, “siamo tutti principianti”.
Oggi è raro trovare degli insegnanti di Yoga che si considerino dei principianti, anche tra coloro che hanno seguito gli insegnamenti di Van Lysebeth.
Eppure credo, che se noi un giorno dovessimo vivere una delle esperienze spirituali più illuminanti, e se tale lo fosse veramente, ci renderebbe estremamente umili e non vivremmo più il minimo senso né di superiorità né di inferiorità nei confronti di chicchessia.

Spirito libero
Un antico detto di Lao Tzu recita: “Essere amati profondamente da qualcuno ci rende forti. Amare profondamente ci rende coraggiosi”.
Sino agli anni settanta, lo Yoga che giungeva in Occidente dall’India era una disciplina che appariva concepita prevalentemente per un’utenza maschile e un’impostazione tendente, con varie sfumature, all’ascetismo.
In conseguenza di ciò, i vari cultori dello Yoga cercarono di fare del loro meglio nel recepire lo Yoga così com’era trasmesso dal suo paese natio, fino a quando, sul finire degli anni settanta, Van Lysebeth iniziò a scoprire e a illustrare che lo Yoga, come un grande albero, aveva ben altri rami e ben altre radici.
Venuto in contatto con le antiche tradizioni yogiche dell’India del Sud, scoprì che alcune correnti dello Yoga erano state molto probabilmente influenzate e/o ispirate dagli antichi culti della Grande Madre. Da questi culti, si sviluppava una corrente yogica che comprendeva in una visione sacra la vita tutta in ogni suo aspetto.
In tale visione, il sacro del femminile non solo non era più soffocato da un obbiettivo finalizzato all’ascetismo, ma era una delle principali vie di accesso alla spiritualità più elevata e completa. Ad esempio la donna, nelle prime forme di Yoga, poteva essere ella stessa l’iniziatrice o la sacerdotessa. Inoltre, grazie alla sua predisposizione fisiologica nel concepire, nutrire e partorire la vita sino al piano materiale, ella, come la stessa Madre Natura, non separava alcun aspetto dell’esistenza dallo spirituale. Di conseguenza, se dalle prime validissime forme di Yoga giunte in Europa la sessualità doveva essere superata, in questa riemergente visione, forse anche molto più antica e altrettanto valida, la sessualità veniva percepita e rivisitata nei suoi aspetti più sacri.

Iniziare a parlare dello Yoga in una nuova ottica diversa dalla precedente, costò a Van Lysebeth la perdita di molti allievi, nonché le critiche di una parte del mondo yogico indiano. Non tutti, sia in Oriente sia in Occidente, erano pronti ad accettare che lo Yoga, per quanto valido nei suoi vari sviluppi, potesse avere altre condizioni di nascita, altri ambienti di crescita, pur avendo come obbiettivo la risposta alle stesse domande fondamentali: “chi sono io?”; “da dove vengo?”; “dove sono diretto?”; “qual è il senso più profondo della vita?”.
Tuttavia Van Lysebeth non si lasciò condizionare dall’evidente calo degli allievi, dal fatto che certe porte di accesso allo Yoga indiano gli sarebbero state chiuse, non cercò compromessi con finalità economiche ma, col coraggio e lo spirito libero che lo hanno sempre contraddistinto, si rese portavoce di una meravigliosa visione dello Yoga.
Ciò lo portò a scrivere un bellissimo libro che nella versione originale intitolò: “Tantra, il culto del femminile”.
Quando lo lessi ebbi la conferma che, tra le righe di quel testo, emergeva tutto il canto d’amore di Van Lysebeth per una donna che per lui era La Donna. Colei che, reciprocamente col proprio compagno, vive il sacro della vita in ogni forma presente nell’immenso universo senza tempo.